Siamo allenati a lavorare. Molto meno a riposare
Pubblicato il 14/08/2026
In questi giorni di pausa dal lavoro mi sto chiedendo una cosa apparentemente semplice: che cosa significa davvero riposare?
Perché sotto la parola “riposo” possiamo mettere esperienze molto diverse.
C’è l’ozio creativo, quello che in qualche modo nutre: leggere senza uno scopo preciso, camminare, osservare, annoiarsi persino un po’, lasciare che la mente faccia collegamenti che durante l’anno non ha il tempo di fare.
Poi c’è il riposo di chi arriva alle vacanze con i livelli di energia sotto le scarpe e, almeno all’inizio, non desidera altro che smettere. Dormire, stare fermo, non decidere nulla. Una specie di riposo da mummia che forse, per qualche giorno, è anche necessario.
E poi c’è la vacanza performativa.
Quella piena di cose da fare, posti da vedere, chilometri da percorrere, ristoranti prenotati, attività programmate. Cambiano il luogo e l’abbigliamento, ma la modalità mentale resta sorprendentemente simile a quella del lavoro: obiettivi, agenda, ottimizzazione del tempo, paura di “sprecare” una giornata.
A quel punto mi è tornata in mente la parola vacanza.
Deriva da vacatio: essere libero, essere vuoto, essere privo di qualcosa.
E forse quel vuoto è proprio la parte più difficile da tollerare.
Perché se durante l’anno siamo abituati a riempire ogni spazio con qualcosa da fare, quando finalmente quello spazio compare possiamo avere due reazioni opposte: collassare oppure riempirlo immediatamente di nuove attività.
Ma entrambe, almeno in alcuni casi, rischiano di non nutrire davvero.
Se passo tutto il tempo boccheggiando alla ricerca dell’assenza totale di attività, probabilmente recupererò energie, ma difficilmente offrirò molto alla mente. Se invece riempio ogni minuto, ricreo semplicemente altrove lo stesso sistema dal quale volevo prendere distanza.
Forse il riposo che nutre sta in una zona intermedia.
Lasciare spazio, ma non necessariamente vuoto assoluto.
Cambiare ritmo. Fare cose che normalmente non facciamo. Esporsi a stimoli diversi, senza trasformarli immediatamente in obiettivi. Leggere qualcosa che non serve. Parlare con persone che fanno mestieri lontani dal nostro. Perdersi un po’. Lasciare che alcuni pensieri arrivino senza andarli a cercare.
Per chi ama la psicoterapia, potremmo dire che è quasi una forma di decondizionamento.
Durante l’anno percorriamo continuamente alcune strade mentali: problemi da risolvere, decisioni da prendere, responsabilità, automatismi. Più le percorriamo, più diventano facili da percorrere.
La pausa può essere l’occasione per prendere qualche sentiero laterale.
Non necessariamente per arrivare da qualche parte.
Magari soltanto per incontrare un pensiero che normalmente non avrebbe trovato spazio, un interesse nuovo, una domanda, un piccolo seme di apprendimento che oggi sembra quasi irrilevante e che, con un po’ di cura e attenzione, potrebbe germogliare nei mesi successivi.
In questo senso la vacatio non è semplicemente assenza.
È uno spazio disponibile.
E forse il significato di ciò che faremo domani comincia anche da ciò che oggi riusciamo a non riempire.
Buona vacatio a tutti.
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