Il giorno in cui scopriamo di non essere onnipotenti
Pubblicato il 02/06/2026
Per anni ho camminato sui tetti.
Non me ne rendevo conto. Pensavo semplicemente di essere bravo. E in un certo senso lo ero — il che rendeva tutto molto più pericoloso.
Dopo un po’ anche in studio ad ascoltare storie, ho smesso di cercare un nome per questa cosa. Perché quando ci sei dentro, le etichette non servono. Anzi, ti aiutano a non vederlo. Riguarda esattamente le persone che funzionano. Quelle che ottengono risultati. Quelle che, oggettivamente, se la cavano quasi sempre. Ed è proprio questo il problema. Anch’io ci sono caduto.
Ho ignorato segnali che, se me li avesse descritti un cliente, avrei riconosciuto in trenta secondi. Ho rimandato conversazioni difficili convinto di trovare il momento giusto. Ho tenuto rapporti in sospeso pensando che avrei rimesso tutto a posto quando avessi avuto più tempo. Ho guidato con il serbatoio vuoto — fisicamente e non — dicendomi che ancora un po’ ce la facevo. E la realtà, per un bel po’, mi ha dato ragione.
Questo è il meccanismo più subdolo: a volte le cose vanno bene grazie alle nostre competenze reali. E allora diventa impossibile distinguere il talento dalla fortuna, la resilienza dalla negazione. Oggi, molto spesso vedo questa dinamica con una frequenza che non smette di colpirmi. Manager brillanti che arrivano dopo anni di performance eccellenti e relazioni che si sono consumate nell’ombra. Imprenditori che hanno costruito aziende solide e non sanno più chi sono fuori dall’ufficio. Professionisti che hanno tenuto tutto insieme per tutti tranne che per se stessi.
E quasi sempre, nella loro storia, c’è stato un momento in cui qualcosa aveva bussato. Un segnale debole. Una crepa sottile. Qualcuno che aveva detto una parola di troppo o forse non abbastanza. E loro avevano risposto con la stessa cosa con cui avevano risposto a ogni ostacolo professionale: determinazione, controllo, accelerazione.
La domanda che mi faccio spesso — su di me, prima ancora che sugli altri — è questa: Come sarebbe andata, se invece della spocchia avessi messo un po’ di umanità? Se mi fossi fermato a sentire il disagio invece di gestirlo? Se avessi detto “non lo so” o “ho sbagliato” o semplicemente “mi dispiace” nel momento in cui era ancora possibile? Non è autocommiserazione. È una domanda che vale la pena farsi davvero. Perché il senso di colpa autentico — non quello nevrotico che ci paralizza — è informazione. È il segnale che c’è uno scarto tra chi siamo e come ci stiamo comportando.
Ignorarlo non lo elimina. Lo trasforma in qualcos’altro: rigidità, distanza, un cinismo che mascheriamo da realismo.
Il momento in cui cade l’illusione non è piacevole. Per alcuni arriva con una diagnosi. Per altri con un fallimento che non si riesce a razionalizzare. Per altri ancora con la fine di qualcosa che pensavano fosse solido. Ma in quello smarrimento c’è anche qualcosa di raro.
La possibilità di smettere di fare il supereroe e cominciare ad essere una persona. Forse la maturità — quella vera, non quella che esibiamo nelle presentazioni — non consiste nel sentirsi invulnerabili. Consiste nel sapere che non lo siamo.
E nel scegliere comunque di amare, costruire, rischiare e rispondere di quello che facciamo. Non più dall’alto di una certezza che non è mai esistita. Ma da dentro la condizione umana, dove stavamo già da sempre.